Due mesi a Tijuana ci sono serviti ad approfondire la ricerca su una situazione che in realta’ ci e’ saltata agli occhi sin dal primo momento. Tijuana nasce, vive e continua a crescere in funzione della frontiera; diventa importante ai tempi del proibizionismo, quando un’italo-americano col fiuto per gli affari aprì un locale dedicato interamente a chi volesse venire a spassarsela qui. Successivamente ne aprono altri e con l’alcol va a braccetto la prostituzione. In quell’epoca la frontiera consisteva in una casetta con un poliziotto mezzo addormentato dentro. E fino al 2001 e’ stato piu’ o meno così, finché non scatta, dopo l’11 settembre, il protocollo sicurezza.

Una stampa su vetro della frontiera. Ambrotipia. A tintype of the border.

La frontiera simbolica viene affiancata da un muro più alto, un precipizio, varie torrette di guardia, infrarossi, droni, jeep e moto in continuo movimento. Insomma un campo minato che lascia poche speranze. Più in la, nel deserto, c’è meno sorveglianza, ma non è detto che se riesci a passare non trovi dall’altro lato un “cowboy” che ti spara perché sei nella sua proprietà.
A Tijuana sono in molti quelli che arrivano per passare “dall’altra parte” ma ancora di più sono quelli che vengono rispediti indietro: i deportati.
C’è da sapere che i messicani senza documenti negli Stati Uniti sono circa 15 milioni. Sono cuochi, camerieri, inservienti, autisti, baristi, muratori, operai in generale o badanti. Praticamente ricoprono i ruoli più scomodi, insomma sono il motore del paese. Nonostante tutto vengono tenuti negli USA con una semplice minaccia: dietro quella frontiera c’è una lunga fila di gente che vuole entrare, se protesti, ti lamenti, chiedi un aumento, vuoi documenti o diritti, in sostanza vuoi pagare le tasse ed essere alla pari degli altri cittadini, ti denuncio e ti faccio deportare. Ultimamente, con la disoccupazione in crescita, cresce anche il numero di deportati. Ovviamente la maggioranza è composta da anziani, non più utili al lavoro e col rischio che potrebbero riuscire a mettere insieme le carte per ottenere una pensione.

Come funziona la deportazione e perché vieni deportato.

Una delle motivazioni più comuni è la guida in stato di ebrezza o l’essersi dimenticato di pagare una multa. Lavori negli USA per 30 anni o più, una sera, dopo una giornata sfiancante in cantiere, bevi quelle due o tre bottiglie di birra, poi metti in moto il tuo pick-up e torni a casa, dalla tua famiglia. La polizia ti ferma e ti fanno il palloncino. Magari non hai bevuto solo un paio di birre, magari sei molto ubriaco e rischi la tua vita e quella degli altri, ma in quel momento, quello che per un cittadino “americano” si risolverebbe con una multa, una notte in carcere o il  sequestro del mezzo, per te, messicano “indocumentato” è l’inizio della fine. Ti fanno scendere dall’auto, vieni ammanettato e portato alla frontiera. Ti fanno un breve processo e ti aprono una porta: la porta dell’inferno, o meglio, del limbo.
Ti ritrovi a Tijuana.
Molti deportati quando arrivano qui hanno quasi la certezza di poter tornare quasi subito negli USA, poi questa sfuma con gli anni.
Ti ritrovi qui, con la famiglia dall’altro lato, che per vederti deve venire alla frontiera e baciarti tra le sbarre come se fossi in carcere. Devi reimparare lo spagnolo, trovarti un lavoro provvisorio (non sai per quanto, potrebbe essere per sempre) e cercare di tornare dall’altra parte, alla tua vita vera, quella che ti sei sudato. Ora moltiplichiamo questa storia per mezzo milione di persone l’anno, solo a Tijuana.
Circa cinquemila invece sono i deportati che non hanno nessuno che li aiuti negli USA e che quindi al momento della deportazione si ritrovano solo con quello che hanno in tasca. La loro famiglia di origine si trova a sud del messico, a 4000 km, e loro parlano poco spagnolo e soprattutto hanno paura. Per loro c’è il “bordo”, l’ex fiume Tijuana ormai prosciugato che costeggia la frontiera. Qui, praticamente a pochi metri da dove sono stati sbattuti fuori, costruiscono una casa di cartone e rami. E’ facile intuire come il bordo sia diventato terra fertile per spacciatori e malavitosi che reclutano mano d’opera.

E il governo?

Il governo messicano non muove un dito in supporto di queste situazioni, o lo quando costretto dalle richieste pressanti delle associazioni di volontariato, nonostante i soldi immessi nel paese dai messicani all’estero rappresentino un terzo dell’economia.  Però, come sanno fare i governi più corrotti e incapaci, interviene con la repressione. In una notte  piovosa del marzo 2015 un numero imprecisato di militari in borghese hanno fatto scomparire tutti gli abitanti del bordo. Si parla di circa 4000 persone fatte prigioniere e sparpagliate per il paese. L’operazione è stata segretissima e la stampa se ne è accorta tardi, e comunque l’unica spiegazione data ai giornali è stata: “sono stati portati in vari centri di accoglienza”. La risposta rimane tutt’ora molto poco esaudiente, ma al governo sembra non pesare, far scomparire persone che erano già di per se invisibili non è un impresa difficile.

Associazioni.

In aiuto di deportati, rifugiati e migranti ci sono varie associazioni, molte delle quali sono fondate da missionari. Madre assunta, per donne e minori; casa del migrante Scalabrini, per uomini; desayunador Padre Chava, mensa, ambulatorio e servizio docce.
Poi c’è il progetto “bordo farms” che ultimamente aveva iniziato degli orti urbani gestiti dai deportati. Purtroppo questo progetto è stato fatto spostare dal bordo a seguito dello sgombero, ora è ancora attivo, in altra sede, con le braccia di quelli che sono riusciti a scampare la repressione e quelle nuove che verranno, sicuramente numerose, perché le deportazioni aumentano.

Abbiamo visitato alcuni di questi centri ritraendone gli ospiti con il nostro banco ottico. Stiamo utilizzando una tecnica chiamata ambrotipia, questa tecnica antica richiede pose più lunghe e a noi permette di dare una profondità maggiore agli sguardi. Al soggetto viene richiesto di fissare l’obiettivo senza muoversi per un tempo di 20 secondi. Durante la posa al soggetto viene richiesto di pensare alla sua storia e soprattutto alle speranze per il suo futuro.

Gonzalo Rodriguez

Gonzalo Rodriguez. Vittima di tratta di persone, seviziato e costretto a prostituirsi negli USA e poi rimandato in Messico. A causa delle torture una malattia allo stomaco gli lascia solo un’anno di vita, tempo che sta impiegando per denunciare gli abusi subiti.

Lazaro

A Lazaro è stato rifiutato l’asilo politico che però è stato concesso a sua moglie e sua figlia. L’associazione che lo ospita gli sta fornendo gli  aiuti legali di cui ha bisogno per poter raggiungere la famiglia.

Manuel

Manuel, deportato dopo vent’anni di lavoro a Las Vegas.

Wilmer

Wilmer, fuggito dall’Honduras dopo aver denunciato l’omicidio del fratello da parte dei malavitosi. Un’errore nel processo fotografico ha cancellato la sua bocca, evidenziando l’impossibilità di parlare di Wilmer.

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