Il sole ci sveglia all’alba, è leggermente nuvoloso ma il caldo già si fa sentire. Appena ci svegliamo capiamo di dover abbandonare le tende, presto saranno un forno. Usciamo e ci riuniamo intorno al cerchio del fuoco, ancora fumante. Decidiamo di incamminarci per andare all’ “estanque”: un oasi, in cui, da come ce la descrive la nostra guida Israel, si incontrano tutti gli animali per bere. Questo luogo infatti è l’unico dove si possa trovare dell’acqua nel raggio di molti chilometri, un piccolo lago di acqua piovana. Affascinati dall’idea di vedere lepri, conigli, coyote, volatili di ogni tipo, e un po’ impauriti dalla possibile presenza di serpenti a sonagli e scorpioni, ci incamminiamo, questa volta seguendo il sentiero. Il sole si fa sentire sulle nostre spalle. Dopo circa due ore arriviamo all’oasi. Il primo a vederla è Israel, il quale resta interdetto nel constatare l’assoluta assenza di acqua. Non c’è più! Ma ci sono ancora degli animali, specialmente mucche e lepri e, dalle tracce di pelo di coniglio e brandelli di code, capiamo che anche coyote e aquile passano da queste parti. La stagione delle piogge inizia fra meno di un mese, quindi potrebbe essere normale che non ci sia acqua. A parte l’assenza di acqua tutto il resto fa pensare ad un oasi, soprattutto i moscerini che si attaccano al viso e non ti lasciano più. Ci bendiamo il volto come possiamo e torniamo indietro. Durante la camminata di ritorno il sole dimostrava non avere alcuna pietà nei nostri confronti. Il deserto è un luogo ostile, eppure la vita qui è così densa, piante e animali riescono a vivere nonostante il caldo e la poca acqua.
Ci sediamo all’ombra e vediamo nuovamente dei peyote, questa volta sono numerosissimi. Ne assaggiamo alcuni, li togliamo dalla terra senza tagliarne le radici, per fare in modo che crescano di nuovo. E’ un sapore fortissimo, impossibile da ricollegare ad altri, estremamente amaro e persistente. Insomma, impossibile che piaccia. Allora ci chiediamo: “a chi è venuto in mente, una volta assaggiato, di mangiarne ancora fino a constatarne l’effetto?”. Molto probabilmente è stato un animale ad illustrarne all’uomo gli effetti. I primi a scrivere di peyote sono stati i missionari, dicendo che l’etnia dei “Chichimeca” era quella che ne conosceva le proprietà, e ne assumevano abbondantemente in rituali notturni in cui dimostravano una grande energia. Questi missionari hanno attribuito gli effetti del peyote, allora Peyotl, al demonio. L’inquisizione ha perseguito severamente il consumo di suddetta pianta. I huicholes raccontano varie storie riguardo la nascita del Hikuri e tutte sono legate alle divinità. Riguardo il consumo invece ve n’è una:
“i huicholes erano nomadi alla ricerca di un luogo sacro, il gruppo avanzava da generazioni ed era composto da giovani, anziani, madri, padri e bambini. Poco dopo aver varcato le porte del deserto per loro sembrava essere arrivata la fine. Decisero di fermarsi, e gli anziani suggerirono di far avanzare solo i giovani in cerca di cibo o acqua. Così fu, quattro giovani partirono, ognuno di loro rappresentava un elemento. Dopo un giorno di cammino i giovani avvistarono un cervo e le loro forze, in procinto di abbandonarli, si raccolsero nuovamente in loro per la caccia. Corsero fino al cuore della notte, e caddero stremati. Dormirono. All’alba il primo ad aprire gli occhi si accorse che il cervo era lì, li aspettava, e quindi ripresero la caccia. Giunsero fino ai piedi della montagna del Quemado, fu lì che persero di vista la preda. Uno dei giovani tirò una freccia in aria sperando che cadesse nella direzione dove avevano visto  l’animale perdersi, e corsero a vedere. La freccia era conficcata al suolo e intorno a lei un gruppo di peyote formava la sagoma di un cervo. Colsero il messaggio e quindi anche i peyote e si diressero verso il gruppo. Al loro ritorno raccontarono che un cervo si era trasformato in pianta, e quindi mangiarne sarebbe stato come mangiare carne di cervo. Distribuirono i hikuri e ne mangiarono, improvvisamente si sentirono rifocillati e la loro sete si calmò, anche le forze tornarono ad accompagnarli. Avevano trovato ristoro e il luogo sacro che cercavano. Il cervo è l’animale sacro per eccellenza secondo i huicholes e molte altre etnie.”
Anche noi ci sentiamo abbondantemente ristorati, ora riusciamo a sopportare il sole più facilmente. Oltre a un sollievo immediato non abbiamo percepito altri effetti palesi, a parte il senso di affinità e benessere che si ha quando ci si avvicina a vivere in equilibrio con la natura.
Riprendendo il cammino verso l’accampamento, il sole cadeva perpendicolarmente al suolo e noi cercavamo di non farci caso, anche se l’unica cosa che speravamo era di tornare al campo il più presto possibile, ma una volta arrivati capiamo che stare lì non ci avrebbe alleviato dal caldo o dalla sete. L’acqua nelle tende era bollente e l’unica ombra era offerta da uno dei pochi alberi di mesquite che si incontrano.  Alcuni si fermarono lì, mentre altri si persero nel deserto.
Si cammina quasi incoscientemente, il caldo lascia solo le energie per camminare, ciò nonostante si respira il deserto, si prova a immaginare cosa significa vagare per mesi in questa zona torrida come fanno i huicholes, i quali si nutrono di qualche coniglio, un po’ d’acqua e peyote. Ci si lascia affascinare dal volo delle aquile e dei “zopilotes”, che sembrano aquile quando volano e avvoltoi quando stanno appollaiati, si ritmano i passi al suono dei grilli e delle cavallette che producono un suono che fa paura perchè ad un orecchio non esperto può sembrare quasi il sonaglio di un crotalo ed è lì che si richiamano tutti i sensi all’appello e lo spirito di sopravvivenza si manifesta. Questo deserto, per di più definito santo da alcuni non può che sembrarci amico, ma sa anche uccidere o comunque far soffrire. Quel giorno il sole non ci ha dato tregua, ma nel tardo pomeriggio la natura ci dimostra tutta la sua clemenza, annunciata da piccoli tuoni, lontani, che in pochi minuti conducono la pioggia a bagnare ogni orizzonte, fino a rinfrescare il nostro accampamento. Lì ci riuniamo tutti, mettiamo il cibo e i vestiti all’asciutto e ci godiamo la pioggia.
Il pellegrinaggio dei Huicholes ha appunto lo scopo di richiamare le piogge, e a quanto pare il loro canto sembra veramente stuzzicare il cielo finchè queste non si manifestano veramente.
Dopo la pioggia le nuvole scoprono il tramonto, accompagnato da un magnifico arcobaleno. Salutiamo il sole con un po’ di blues ed altri canti a cui partecipiamo tutti, scende la notte e ci raccogliamo intorno al fuoco, il freddo non si fa aspettare, passiamo le prime ore della notte a cantare e chiacchierare, finchè non arriva una macchina, un pickup,  sul sentiero non molto lontano. Si ferma. Scendono circa sei persone con le torce, uomini e donne che parlano la lingua Wixarika. Dopo circa mezz’ora due di loro vengono verso il fuoco ma non si rivolgono a  noi, salgono sul Bernalejo e controllano che sia tutto a posto. Vanno via senza rivolgerci la parola, subito dopo tre donne vengono nuovamente verso di noi e salgono sul Bernalejo. Passeranno la notte lì, accendendo candele e pregando. Noi restiamo in silenzio per non disturbare e così ci addormentiamo coperti dai sacchi a pelo e un cielo stellato mai visto prima.
Apriamo gli occhi ed è mattina. Le donne sono ancora sul Bernalejo e vediamo un’altro gruppo avvicinarsi. C’e’ un Marakame (uno sciamano Huichol) ed altri huicholes, ma sembra ci siano anche persone non appartenenti a questa etnia. Il Marakame, Antonio, viene da San Andres Cohamiata, a nord dello stato di Jalisco, centro nevralgico delle attività politiche dei Wixarika. Si offrono di accompagnarci a Las Margaritas a un prezzo modico, accettiamo, siamo veramente stanchi e inoltre torniamo a riflettere sulla questione del lavoro nel deserto: favorire forme di auto reddito ha come scopo quello di togliere lavoratori alla miniera, e chi non ha bisogno di questa per lavorare si opporrà alla sua edificazione.
Saliamo tutti sul pickup, più di venti persone ammucchiate nel cassone, ma la vecchia jeep non sembra accorgersene, (gli fanno quasi pena quei suv di città che invece di portare il bestiame per le montagne sono bloccati nel traffico cittadino a riflettere sulla loro inutilità in balia di ben altro bestiame) guardiamo il deserto scorrere sotto di noi, abbiamo già nostalgia di questo luogo e di questa esperienza. Speriamo un giorno di tornare e trovarlo esattamente così. Con la natura e l’uomo in perfetta convivenza. Speriamo che l’unico suono che si ascolti dell’uomo siano i passi, le preghiere e i canti, e non le trivelle o le esplosioni di una miniera.
Durante il viaggio di ritorno nel bus siamo affiancati dalla linea ferroviaria, i treni, provenienti dalla vicina Real de Catorce, hanno scritte come “First Majestic Silver Corporation” o “building America”, con bandiere canadesi o statunitensi. Treni che portano la ricchezza di questo paese in altri paesi, sotto gli occhi del popolo inerme, a cui è stato fatto credere che la firma del trattato di libero commercio avrebbe portato dei benefici, esattamente quello che sta succedendo in Europa con il TTIP.

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